Nei miei lavori fotografici tendo spesso a cercare il dettaglio. Mi piace avvicinarmi, osservare le consistenze, le superfici, le piccole imperfezioni, ovvero quei tratti che sono perfettamente imperfetti. Cerco di restituire quello che vedo nel modo più fedele possibile, ma anche di raccontare qualcosa che non si esaurisca nella preparazione fotografata o nel mio sguardo.

Forse, a volte, cerco persino di spiegare troppo.

Con le fotografie realizzate per il menu dedicato ai matrimoni di Castello di Marne, ho seguito una strada un po’ diversa. Un luogo che si presenta materico, di sostanza, e che regala grande energia. Volevo riuscire a trasferire tutto ciò nelle fotografie dei piatti qui serviti.

Ho fotografato diverse portate utilizzando diversi piani d’appoggio. Superfici vissute, segnate dal tempo, con venature e imperfezioni che mi sembravano appartenere profondamente al carattere del castello.

Questa volta non volevo avvicinarmi troppo ai piatti. Non mi interessava entrare nei dettagli di ogni preparazione, raccontarne ogni ingrediente o insistere sulle consistenze. Volevo lasciare che il cibo trovasse il proprio spazio all’interno di un’immagine più ampia, nella quale anche il legno, la ceramica, i colori e la luce avessero una loro importanza.

Riguardando le fotografie, mi sembra che questa scelta abbia restituito qualcosa di Castello di Marne. Non una rappresentazione del luogo, ma una sensazione, un’atmosfera. Una certa idea di materia e di tempo che riconosco nel carattere del castello.

Mi sono chiesta quanto spesso, nel mio lavoro, senta la necessità di mostrare tutto, di rendere ogni cosa leggibile, di accompagnare lo sguardo di chi osserva. È una parte del mio modo di fotografare e di raccontare, uno sguardo giornalistico che professionalmente mi accompagna, ma che non sempre è necessario assecondare troppo. Voglio retare federe alla realtà leggendola nella sua essenza. Il lavoro giornalistico, a mio avviso, è anche questo. Ci sono occasioni in cui togliere un dettaglio, allontanarsi un po’, lasciare più spazio intorno al soggetto permette di arrivare a qualcosa di più vicino a ciò che si vuole raccontare.

Non è una questione di minimalismo o creatività. È piuttosto una questione di misura.

In queste fotografie ho cercato proprio questo: non raccontare ogni cosa, ma trovare quella combinazione di elementi che, insieme, restituisse l’essenza di un luogo, un racconto fedele.

E forse, qualche volta, raccontare a parole o con la fotografare significa anche imparare a fermarsi un po’ prima.

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